Archivio Recastello Numero unico · 1977

La Recastello

Il primo
quarto di secolo.

Voci, gare, montagne e persone nel libro che nel 1977 raccontò i primi venticinque anni della società.

Copertina del numero unico La Recastello per il venticinquesimo anno di fondazione, 1952–1977

Il libro in breve

Non è soltanto un albo sportivo.

Il volume racconta la Recastello come una storia collettiva. Gare e record convivono con la sede, i corsi per i ragazzi, il coro, il teatro, le gite e il ricordo di chi non c’è più.

La montagna è il centro simbolico: il Pizzo Recastello dà il nome alla società, custodisce la croce e i quaderni delle firme, mentre le Orobie diventano palestra, luogo d’incontro e paesaggio affettivo.

Soprattutto, il libro è fatto di nomi. Fondatori, atleti, dirigenti, famiglie, amici e sostenitori compongono un ritratto corale di Gazzaniga e della valle.

1952
anno di fondazione
532
soci nel 1976
23
voci nel coro
777
presenze alla cronoscalata

1952–1977

Il primo quarto di secolo.

  1. 1952

    Fondazione e prima croce sul Pizzo Recastello

  2. 1955

    Spedizione sociale al Bus di Tacoi

  3. 1958

    Viene issata la grande croce

  4. 1968

    Partono i corsi in palestra

  5. 1970

    La 24 ore di Rino Lavelli e i primi corsi di sci

  6. 1975

    La nuova sede diventa casa e archivio

  7. 1976

    532 soci e un calendario multisport

  8. 1977

    Il libro celebra il primo quarto di secolo

Edizione da leggere

I racconti del libro.

Ogni capitolo offre una lettura d’insieme; ogni articolo riporta autore, sintesi editoriale, testo rivisto e fotografie nel punto di lettura.

28 voci nel libro

01

Il venticinquesimo

Il traguardo del 1977 è raccontato come una ripartenza: memoria degli amici, responsabilità verso i giovani e continuità degli ideali fondativi.

Articolo p. 2

Venticinque: punto… a capo

Il presidente guarda ai primi venticinque anni come a un punto di ripartenza: una società cresciuta insieme alle generazioni di Gazzaniga, capace di adattarsi senza perdere la propria funzione educativa e comunitaria.

Leggi il testo completo p. 2

Testo rivisto sull’originale

Adriano Maffeis

Punto...

Per trarre qualche conclusione, per essere oggetto di valide considerazioni, perché quanto è avvenuto possa far scaturire significati ed ammaestramenti, occorre che i fatti che si considerano trovino collocazione in un adeguato spazio di tempo quando, pur nel costante intento di perseguire un chiaro traguardo, possono avere influito condizioni ambientali, avvenimenti interni ed esterni, momenti di euforia ed altri di abbattimento, fattori di spinta e fattori di freno.

La croce sul Pizzo Recastello
La croce del Recastello, dalla pagina 2. Originale: p. 2

Orbene, La Recastello sottopone alla nostra attenzione ben 25 anni di vita: un’epoca lunga, se si considera che l’opera svolta prevalentemente nel campo della gioventù ha toccato diverse generazioni.

Il pressoché costante incremento dei soci, e pertanto dell’adesione e del riconoscimento alle proprie funzioni e finalità, sembrerebbe testimoniare, mi sembra anzi sicuramente testimoniare, che il risultato è da considerarsi positivo.

Non per questo però è da ritenersi che tutto sia stato facile, poiché i tempi, le esigenze, i mezzi, lo stesso modo di concepire il tempo libero, hanno imposto continui adeguamenti, revisioni, adattamenti negli indirizzi.

Lascio al presente giornaletto il compito di dare un quadro di quanto fatto dalla nascita ad oggi e di quanto ancora La Recastello propone ai soci nel campo della ricreazione sportiva e ricreativo-culturale; preciso che il giornaletto è ben lungi dall’essere esauriente poiché si è dovuto, pur nel proporre il più possibile, fare i conti con le esigenze di snellezza e di impostazione che lo dovevano rendere gradevole alla lettura e prezioso per una sintetica archiviazione di un quarto di secolo.

All’abbondante ed ordinato archivio della nostra sede, il compito di soddisfare quanti volessero approfondire.

...a capo

Salperemo fra qualche mese verso il 26° anno, noi che La Recastello l’abbiamo vista nascere e tutti quanti poi ne hanno infoltito la schiera.

Riprende perciò, senza soluzione di continuità, il nostro cammino.

Ci sprona la convinzione che La Recastello abbia ancora oggi un ruolo ben preciso da svolgere sia per quanto riguarda le manifestazioni sportive, con particolare attenzione a quelle a carattere sociale - indubbio l’effetto di coesione tra varie età e persone, altrimenti portate ad agire isolate, pur se con affini aspirazioni -; le gite di gruppo, che permettono quanto individualmente non è perseguibile; le serate e manifestazioni culturali, sempre tanto apprezzate da soci e simpatizzanti.

Ricerca, insomma, di un ammaestramento della gioventù nella corretta pratica sportiva, con finalità sia fisiche che morali, il cui beneficio abbia a ricadere prima sugli interessati e, conseguenzialmente ed a più ampio respiro, sul miglioramento della Società.

Pagina 2 del libro, associata a “Venticinque: punto… a capo”
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Articolo p. 3

Il saluto del sindaco

Mario Guerini ringrazia la Recastello per il lavoro sportivo, sociale e culturale compiuto nel paese e le augura di continuare a crescere con nuove generazioni.

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Testo rivisto sull’originale

Mario Guerini

Non si può certo dire che i 25 anni trascorsi siano stati vissuti invano dalla Vostra Società. L’attività iniziata sotto la guida del caro amico Pierino Pievani, tragicamente scomparso, si è andata man mano intensificando fino a raggiungere quelle mete che hanno fatto spiccare il nome del nostro Paese in campo nazionale e questo grazie all’azione instancabile, alla passione, alla dedizione pluriennale dell’attuale Vostro Presidente rag. Adriano Maffeis, dei suoi diretti collaboratori, e di tutta la grande famiglia della Società «La Recastello», una delle poche che oltre a svolgere attività sportiva e agonistica, ha intensificato la sua azione anche in campo culturale, sociale e ricreativo; una delle poche ad annoverare tra le sue file soci di diversi paesi, garanzia questa di apertura sociale, di associazione volontaria, di sicuro pluralismo.

Per questo mi sento in dovere di esprimere il mio compiacimento, certo di interpretare i sentimenti di tutta l’Amministrazione Comunale, unitamente ad un sincero ringraziamento per l’attività feconda svolta in questi 25 anni; di formulare il migliore augurio perché negli anni a venire, la Società possa continuamente prosperare, incrementando le sue già fitte file con giovani leve, desiderose di elevarsi e di far del bene.

Con cordialità.

Pagina 3 del libro, associata a “Il saluto del sindaco”
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Articolo p. 3

Nel giorno del XXV

Nino Nosari dedica l’anniversario agli amici scomparsi, immaginati sulla vetta più alta a custodire gli ideali da cui la società è nata.

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Testo rivisto sull’originale

Nino Nosari

Sono i nostri migliori amici, perché con noi hanno vissuto gli anni e le speranze e gl’ideali della giovinezza.

E sono sicuramente i migliori: ora più di ieri perché purificati e trasformati dalla morte che «cambia» ma non toglie la vita.

Essi ci stanno a guardare dalla vetta più alta, che assomma le altezze di ogni altra vetta, quasi a proteggerci, a vigilare come sentinelle all’erta, ad interrogarci sul passato di venticinque anni di attività e sul futuro di tanti altri anni di vita, quasi a volere una conferma di fedeltà ai valori che hanno fatto nascere, ai piedi di una croce piantata nella roccia, la Recastello, e ne sono l’anima che la tengono viva.

Essi chiedono, dalla vetta dell’immortalità eterna, che la Recastello continui il cammino, con rinnovato slancio, insieme a loro, gli amici migliori.

Non trovo augurio migliore: non può esserci, perché sgorga dalla vita sofferta ed immolata.

Se si alzano gli occhi e le braccia, come al termine di una corsa, si possono rivedere e riabbracciare ancora, sotto lo striscione d’arrivo: lo striscione del XXV della Recastello.

E, uniti, insieme si può riprendere la corsa vigorosamente per altri vittoriosi traguardi, lo sguardo sempre più in alto, perché a chi è ancora quaggiù tocca salire, tocca correre.

Essi, i nostri migliori amici, non possono più scendere a valle: stanno sulla vetta più alta, a guardarci, come in lunga attesa.

Tocca alla Recastello, nel giorno del XXV, rispondere: arriveremo!

Pagina 3 del libro, associata a “Nel giorno del XXV”
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02

La società

Dalla nascita del CAI alla sede del 1975, la Recastello diventa una casa comune, capace di trasformare iniziative spontanee in una presenza stabile nel paese.

Articolo p. 4

Il CAI Gazzaniga: una vecchia aspirazione ora realtà

Francesco Baitelli ricostruisce la nascita della sottosezione CAI, divenuta compagna di sede e di iniziative alpinistiche e culturali.

Leggi il testo completo p. 4

Testo rivisto sull’originale

Francesco Baitelli

Parecchi anni fa, i primi della nostra Società, si parlò di formare in Gazzaniga una Sottosezione del Club Alpino Italiano. L’idea non fu accolta favorevolmente dagli allora dirigenti della Sezione di Bergamo. Non per questo l’attività alpinistica sociale ed individuale diminuì, anzi, aumentò col passare del tempo.

Quando nel novembre del 1974, in chiusura del Consiglio Direttivo della Recastello, riproposi la costituzione di una Sottosezione del C.A.I., l’idea venne accolta con entusiasmo, anche se la discussione sui modi di attuarla e sull’autonomia si protrasse a lungo.

Dopo i primi approcci, le prime assemblee dei soci promotori, l’accettazione da parte del C.A.I. di Bergamo e del Direttivo Nazionale, la Sottosezione è passata all’attività.

Ora è una realtà, divide con noi la sede ed è formata da 205 soci ordinari e da 37 soci aggregati. Svolge un’intensa attività in campo sci-alpinistico, alpinistico, culturale e di propaganda in collaborazione con la nostra Società. Da queste righe rinnoviamo il miglior «in bocca al lupo» per l’avvenire.

Pagina 4 del libro, associata a “Il CAI Gazzaniga: una vecchia aspirazione ora realtà”
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Articolo p. 5

La nostra sede

L’inaugurazione del 5 aprile 1975 dà finalmente alla società una casa stabile: luogo d’incontro, biblioteca, archivio e spazio per i trofei.

Leggi il testo completo p. 5

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Sabato 5 aprile 1975. In Largo Tenente Cortinovis viene inaugurata la nuova sede.

Nella foto il Presidente con alla sua destra il rev. parroco di Gazzaniga don Luigi Buttarelli, il sindaco cav. Mario Guerini ed il presidente del CAI di Bergamo avv. Alberto Corti.

La sede sociale della Recastello
La sede sociale, inaugurata nel 1975. Originale: p. 5

Sullo sfondo il nostro Gruppo Corale che, con il locale Corpo Bandistico, ha allietato la manifestazione.

Ogni Società o Gruppo di una certa importanza, di un certo rispetto, ha una sede propria, un recapito fisso, un punto d’incontro sicuro.

Noi de La Recastello per anni ed anni siamo sempre stati alloggiati... in affitto senza poter disporre di un «localino» proprio tutto nostro.

Dall’avvio presso l’Oratorio, ci siamo spostati per alcuni anni da Leone per approdare, in una fase successiva, in un locale messoci a disposizione dal Comune presso il Ristorante Giardino.

Fatti estranei, ovvero ventilata demolizione dei locali, c’imposero un ennesimo trasloco e, grazie anche alla collaborazione del socio Sandrino, oggi possiamo finalmente dire di aver trovato dimora stabile in Largo Tenente Cortinovis, in due localini che alcuni soci hanno riadattato e trasformato letteralmente in ambienti accoglienti e confortevoli.

Così, adesso, possiamo esporre in bell’ordine i trofei conquistati, consultare i vari volumi della biblioteca, ed anche la «montagna» di documenti d’archivio ha potuto così trovare una definitiva sistemazione.

Nei locali hanno inoltre trovato spazio anche i soci del C.A.I. di Gazzaniga con i quali si è scoperto... l’acqua calda, ossia, un’affinità d’intenti, d’idee e di azioni.

A due anni dall’inaugurazione possiamo dire che la sede ha contribuito a rendere «fisse» le riunioni e gli incontri del mercoledì e del venerdì sera per un buon gruppo di soci, diventando veramente il luogo di ritrovo per ogni Recastellino.

Pagina 5 del libro, associata a “La nostra sede”
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03

Persone e memoria

I ritratti non celebrano soltanto dirigenti e atleti: restituiscono amicizie, lavoro volontario, partenze lontane e il ricordo concreto di chi non c’è più.

Articolo p. 6

Li ricordiamo

Un ricordo nominale dei soci scomparsi: persone, episodi e caratteri tornano alla memoria mentre l’elenco si allunga.

Leggi il testo completo p. 6

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Elencare i nomi dei soci scomparsi ci sembra doveroso e, nelle nostre intenzioni, questo vuole essere anche un ricordo per noi tutti che, bene o male, siamo ancora... soci attivi.

Ma l’elenco, man mano si allungava, ci ha letteralmente folgorati perché in un baleno persone, fatti e situazioni che il tempo aveva sopito sono rimbalzate ancora vive nella nostra memoria.

Due soci ricordati nel libro
Ritratti pubblicati nella pagina dedicata ai soci scomparsi. Originale: p. 6

Ore liete, ore di gioia, di svago, di sano relax e divertimento trascorso fianco a fianco con i «nostri» amici: tutto abbiamo rivisto nitidamente come in un film nel quale basta un fotogramma, un nome, per rievocare subito fatti, aneddoti ed imprese.

Malgrado siano trascorsi più di vent’anni dalla scomparsa di Pierino Pievani, nostro primo Presidente, questi avvenimenti ci legano come un cordone ombelicale alla nostra creatura «La Recastello» e ci fanno sentire più uniti, più vicini fra di noi.

Siamo stati tentati di ricordare per ognuno dei «nostri» un appunto, un asterisco, due righe, un fatto, un’impresa, ma poi la commozione ci ha preso la mano ed abbiamo preferito desistere...

I nostri amici erano lì, vicini a noi, in ascolto, e ci sembrava irriverente svelare a tutti «cose» intime, oramai quasi solo «nostre».

Allora abbiamo preferito elencarli, in semplicità, senza tanti fronzoli, sicuri di rispettare così il loro desiderio.

Certo non si potranno mai dimenticare nomi come Flaviano Morandi, un genio teatrale; Franco Sofisti, patrocinatore di tante gare; Abele Perini, confratello zelante, umile, premuroso e sempre disponibile.

Non posso però esimermi dall’estrarre almeno due personaggi che a «La Recastello» hanno dato un’impronta, una svolta: i fratelli Fernando e Mario Maffeis, socio ideatore e fondatore il primo; trascinatore, segretario, organizzatore e factotum il secondo.

Tutti li abbiamo conosciuti ed anche voi, soci più giovani, ne avrete certamente sentito parlare.

Quello che hanno fatto «i due» non trova riscontro in nessun paragone.

Si può veramente dire che hanno profuso tutte le loro energie e capacità intellettive in questo gruppo, sorto e progredito, direi senza tema di smentite, grazie alle loro indiscusse capacità.

Fernando Maffeis

Fernando volle «La Recastello». Ne pose le basi, solidi piloni cementati e forgiati da quel suo carattere duro ma cordiale, burbero ma sincero, proprio da vero bergamasco non portato ai sotterfugi ed ai compromessi.

Dovette lottare aspramente per imporre nel paese l’idea di creare con «quattro gatti» una nuova Società, nella Gazzaniga sportiva di allora.

L’esserci riuscito è un’impresa che solo con lui alla testa poteva riuscire.

I «quattro» ben presto si sono raddoppiati, sono diventati cento, duecento, ed ancor oggi superano i cinquecento iscritti effettivi...

Purtroppo, per motivi di lavoro, Fernando dovette... emigrare in quel di Bergamo e, quindi, lasciò la Presidenza al fratello Adriano.

Mario Maffeis

L’altro fratello, Mario, più estroverso, dà più spunti per farci illustrare la sua poliedrica propaganda svolta in favore della Società, sempre, ovunque, anche all’estero.

Si può dire che «La Recastello» ebbe il suo periodo più fulgido con Mario, perché lui le dedicò gran parte della sua esistenza.

Me lo ricordo ancora la sera, a casa, su quel tavolo quadrato del salotto, intento a ritagliare, riassumere, raccogliere, archiviare, creare quelle notiziole che portava in Consiglio, in Assemblea, che esponeva con innato gusto nella vetrina in piazza, con quel garbo, quella finezza, quel tatto che contraddistingueva il suo carattere, il suo stile.

Mario era soprattutto «l’amico» di tutti perché per tutti aveva in serbo un saluto, un sorriso, una battuta. Era sempre disposto e pronto «a dare».

Tutti i teatri della provincia lo vollero, lo ebbero, gustarono il suo schietto e spontaneo umorismo che trascinava all’entusiasmo la platea.

I degenti dei sanatori, gli ammalati, i carcerati, i nostri connazionali in Svizzera, gli amici tutti de «La Recastello» ricordano ancor oggi, con tanta nostalgia e gratitudine, le tante ore liete che Mario ha loro regalato.

Per lui la vita era vita solo se vissuta nella gioia e per la soddisfazione degli altri. Visse donando.

Era il segretario per eccellenza: dalla San Vincenzo locale dove, in tutta umiltà, esercitò la sua missione, all’A.V.I.S. della quale fu socio attivo, al Club dei «Mario» creato con finalità benefiche, a noi de «La Recastello» dove seppe portare la signorilità e gentilezza con il suo tratto, il giudizio assennato e ponderato, il suo pensiero giusto, chiaro, teso sempre a legare affettuosamente i soci fra di loro in ogni ricorrenza, in ogni circostanza.

Pagina 6 del libro, associata a “Li ricordiamo”
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Articolo p. 19

Ritratto di Adriano Maffeis

Un profilo affettuoso e ironico del presidente mette al centro temperamento, dedizione e quel “qualcosa in più” che tiene insieme una comunità.

Leggi il testo completo p. 19

Testo rivisto sull’originale

Francesco Baitelli

Nel tracciare un profilo del nostro presidente rag. Adriano Maffeis, cerco di farne una radiografia invocando la Musa e consultando l’oroscopo e le stelle.

Il soggetto è nato il 9 dicembre: Adriano volutamente e, forse, per un certo senso di civetteria, lascia volentieri nel dimenticatoio l’anno esatto della nascita.

Segno zodiacale: Sagittario.

Personalità: spiccata, con tendenza al comando.

Sentimenti: passionali, con sviscerato amore per «La Recastello».

Lavoro: impegnativo, sbrigato in scioltezza.

Salute: buona, anche se accompagnata da qualche compressa per disturbi stagionali.

Capelli: ricci, da negro.

Sport: in fase di stanca, a causa della stagione inclemente — n.d.r.: questa è una scusa — e dell’incipiente pancetta — n.d.r.: questa è una verità!

Umore: allegrotto, festaiolo, ben disposto verso il prossimo, socievole.

Cuore: da infarto romantico — non ho ben capito cosa significhi esattamente, ma l’oroscopario dice così.

Numero fortunato: 5391 — chissà poi perché…

Fiore preferito: stella alpina.

Ozii da salotto: pur essendo un patito del «cétecc», preferisce il «brisculù» perché, se perde, la colpa è sempre del socio — n.d.r.: questo socio è stato scritto in minuscolo perché non è il SOCIO de «La Recastello».

Potrei continuare all’infinito con queste elucubrazioni, ma forse vi siete già stancati perché Adriano lo conoscete tutti meglio di me e pertanto ciò che dico non costituisce certo una novità.

Il personaggio è, alla fine, questo misterioso Adriano?

È uno come noi, solo che ha quel «qualcosa» in più che gli permette di fare bella figura nel salotto come in un rifugio, gli consente di primeggiare sul posto di lavoro come in sede.

Insomma, è impagabile per la verve, la competenza, la capacità d’improvvisare un lungo discorso — condensandolo magari in una battuta —, per la volontà continua, indefessa, per l’impegno profuso a getto continuo per i fasti e la gloria della Società.

Ho detto: per la gloria della Società.

Rendiamogli atto, pubblicamente una volta tanto, che senza la sua guida, oculata e saggia, «La Recastello» sarebbe forse sì ancora in vita, ma non avrebbe mai masticato il pane del successo che in questi anni l’ha portata a primeggiare.

Non è retorica ampollosa o magniloquenza questa, ma realtà; per cui auguriamoci tutti che ai trascorsi diciott’anni di presidenza ne possano seguire altri cento, per il bene, l’espansione, il successo della cara «Recastello».

Per ora ti diciamo, ma con tutto il cuore: «Grazie, Adriano».

Pagina 19 del libro, associata a “Ritratto di Adriano Maffeis”
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Articolo p. 36

Due fra tanti

Due figure particolarmente generose vengono ringraziate per un servizio continuo, discreto e concreto alla Recastello.

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Testo rivisto sull’originale

Adriano Maffeis

Segnalo, certo di assolvere ad un mio preciso dovere e sfidando i rimproveri che gli interessati mi muoveranno, due persone particolarmente degne della nostra attenzione e riconoscenza per quanto fanno per La Recastello: l’attuale segretario Francesco Baitelli ed il socio onorario Fausto Bonaldi.

Ognuno, con competenza ed entusiasmo, svolge egregiamente mansioni indispensabili.

Di Cechino, universalmente conosciuto, dovrei spendere ben altro spazio per ricordare opere e meriti; mi limiterò a ricordare che, con Arnaldo Gusmini - altra colonna - è uno dei Soci Ideatori e Fondatori che hanno mantenuto nel corso di questi 25 anni inalterato ed entusiasta l’attaccamento alla nostra Società.

Già cassiere impareggiabile per molti anni, è passato a reggere la Segreteria; dire che tutto passa per le sue mani attive e capaci è dare merito al merito, senza fronzoli, ma con schiettezza.

«Chi può, deve dare» è un imperativo che sta alla base della convivenza e della sua organizzazione: ebbene, Cechino questo motto l’ha fatto suo, prodigandosi con rara intelligenza, capacità ed altruismo.

È passato recentemente anche alla Presidenza della Sottosezione di Gazzaniga del Club Alpino Italiano; ha continuato e continua, sempre prezioso ed efficace. Bravo Cechino! Penso che il ringraziamento che affido a queste righe rispecchi il pensiero di tutto il Consiglio e di tutti i Soci.

Per Fausto il discorso è diverso: ha dato se stesso fino a pochi anni or sono, quando ci lasciò per ragioni di lavoro, emigrando a Ponte S. Pietro.

Non l’abbiamo più vicino nei Consigli ed in Sede; ci è però vicino per telefono, quando aderisce sempre con spontaneità ed entusiasmo alle nostre occorrenze di articoletti, collaborazione in manifestazioni, cronometraggio delle nostre gare sociali. Sì, perché Fausto, per quanti non lo hanno conosciuto da... gazzanighese, è quell’uomo nero (o quasi, negli abiti s’intende) puntuale con il cronometro in mano nelle gare della nostra Società.

Perfetto nelle mansioni che svolge, è la nostra garanzia di precisione al traguardo dei campi di sci, del Pievani, della Cronoscalata di Orezzo, ecc. Per non citare la grossa collaborazione data nel presente giornaletto.

Anche a te Fausto esprimo un sincero ringraziamento: per quanto hai fatto per La Recastello, per come ci insegni a collaborare fattivamente e silenziosamente, per quanto potrai ancora dare in appoggio al nostro lavoro.

Pagina 36 del libro, associata a “Due fra tanti”
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Articolo p. 36

Altri tempi!?

Un frammento del vecchio giornaletto diventa occasione per misurare come società, linguaggio e partecipazione siano cambiati.

Leggi il testo completo p. 36

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Sul nostro giornaletto n. 4, pubblicato ed offerto ai soci nel dicembre 1954, si legge tra le «Varie»: «Sconti sì... assemblee no».

«Su proposta di alcune signorine il Consiglio ha approvato da quest’anno il tesseramento femminile. Esse potranno usufruire degli sconti che La Recastello offre ai suoi tesserati in occasione di gite sociali e di riduzione sulla seggiovia del Monte Farno. Non potranno però partecipare alle Assemblee ed alle elezioni consiliari».

Altri tempi?!?

Pagina 36 del libro, associata a “Altri tempi!?”
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Articolo p. 37

Arrigo Rottigni tra i canguri

Una lettera ideale raggiunge in Australia un socio lontano, ancora vicino alla Recastello attraverso ricordi, notizie e legami familiari.

Leggi il testo completo p. 37

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Nome che ai giovanissimi non dice nulla, ma che a noi della vecchia guardia — o meglio della prima guardia — rievoca tempi ed avvenimenti vivissimi, seppure lontani.

Dal 1956 è il socio più lontano, essendo emigrato per motivi di lavoro in Australia.

Ci conforta il saperlo sempre vicino col cuore ed il riceverne abbastanza frequenti notizie tramite i familiari e segnatamente il padre Andrea.

Eri forte, Arrigo; forte nel vivere una gioventù sana, di allegria, di famiglia, di montagna, di schiette amicizie!

Molti avvenimenti hanno toccato l’ambiente che lasciasti: sappi però che quando ci onorerai di una «scappatina» a Gazzaniga saremo ancora tutti con te.

Pagina 37 del libro, associata a “Arrigo Rottigni tra i canguri”
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04

Cultura e comunità

Serate, teatro, coro, musica e giornaletto mostrano una società sportiva che considera cultura e socialità parte dello stesso allenamento collettivo.

Articolo p. 7

Tempo libero

Serate alpinistiche, speleologia, film, corsi e incontri danno al tempo libero una funzione culturale, educativa e aperta alla comunità.

Leggi il testo completo p. 7

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Serate ricreativo-culturali

Sono sempre rientrate negli intendimenti nostri, ma solo negli ultimi anni sono state incrementate. Per la verità, le difficoltà da superare sono molte, cercando sempre di offrire spettacoli interessanti e validi, senza andare nell’impossibile, cioè nella manifestazione che finanziariamente non è alla nostra portata.

Un incontro culturale nella sede della Recastello
Una serata culturale nella sede sociale. Originale: p. 7

Ricordiamo di avere avuto brillanti protagonisti di serate i seguenti nomi:

Alpinismo: ing. Ghiglione, Accademico Mario Bisaccia, Guida Jack Canali, avv. Piero Nava, dott. Annibale Bonicelli, Accademico Giorgio Bertone, guida alpina Carlo Nembrini, geologo prof. Tinarelli, M.° Nino Nosari, ecc.

Speleologia: Rocco Zambelli e Carlo Bonomi.

Sci-alpinismo e spedizioni extraeuropee: Gianni Scarpellini.

Sci agonistico ed acrobatico: Salomon.

Numerose poi le serate con film attinti a cineteche alpinistiche; recentemente il rag. Candolini del CAI di Gemona ha presentato con diapositive il tema: «Friuli ieri e... oggi».

Palestra

Dal 1968, e cioè da quando l’Amministrazione Comunale ha messo a disposizione la palestra attigua alle Scuole Elementari, La Recastello ha organizzato corsi di atletica distintamente per maschi, femmine e bambini.

I corsi durano normalmente l’arco dei mesi invernali. La frequenza va a fasi alterne: globalmente comunque è più che soddisfacente.

Corsi di sci

Hanno avuto inizio nel 1970, quando si avvertì la necessità di addestrare le nuove leve che si affacciavano sempre più numerose allo sci.

Prima si svolsero in Ganda, poi a Zambla Alta, dal 1977 al Monte Pora.

Come si nota abbiamo sempre dovuto orientarci verso località più innevate e che dessero garanzia di svolgimento regolare e totale.

Ricorderemo, a puro titolo di cronaca, che il primo anno, quando la sede era Ganda, c’era tanta neve che vennero usati alcune volte anche i campetti situati dietro il Cotonificio Bellora, verso Cene!

È un’iniziativa che procede molto bene con affluenza decisamente notevole.

Festa della montagna

Tradizionale manifestazione che La Recastello organizza da alcuni anni; scopo principale è quello di far passare ai soci, ai loro familiari ed agli amici, una giornata serena in montagna, senza programmi né difficili né ambiziosi, ma puntando a mete con un certo significato ed un certo fascino.

Una giornata insomma «vecchia maniera», per far quattro passi tra la quiete di ambienti affascinanti che certo non mancano sui monti e nelle valli a noi circostanti.

La giornata normalmente prevede un’accessibile camminata verso la meta prefissa, una S. Messa al campo, una piccola gara di regolarità tra tutti i convenuti, la colazione al sacco, quattro canti in compagnia e giochetti ricreativi per piccoli e... grandi.

Sino ad oggi le mete sono state: Rifugio Alpe Corte, 3 maggio 1975; Rifugio Magnolini, 9 giugno 1974; i Campelli sopra Schilpario, 29 giugno 1975; la Val di Gru, 2 giugno 1976.

Pagina 7 del libro, associata a “Tempo libero”
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Articolo p. 12

Commedie e riviste teatrali

La compagnia comico-musicale porta sul palco ironia, musica e vita di paese, con Mario Maffeis come figura indimenticabile.

Leggi il testo completo p. 12

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Nascono, vivono e - purtroppo - terminano con la indimenticabile figura di Mario Maffeis, attore valentissimo, unanimemente riconosciuto per la verve, la spontaneità, la schiettezza, la poliedricità e la presa che aveva sul pubblico di qualsiasi estrazione.

La compagnia comico-musicale, che seguiva - adattandosi ai tempi - l’attività della Filodrammatica (ricordate i successi di «È lei il sig. Cimasa?»), ebbe momenti di vero splendore potendo contare, oltre che sul fulcro Mario, anche sulla intelligente collaborazione dell’attore Vittorio Merelli, del complesso musicale dei Mabor, delle presentatrici Galizzi, Bernini, Birolini, Rottigni, ecc., dei cantanti Pedretti, Offredi, Facchinetti, Foglio, ecc., oltre ad una vasta cerchia di collaboratori che qui è impossibile ricordare.

Due interpreti della compagnia teatrale sul palco
Una scena della compagnia comico-musicale. Originale: p. 12

Dalle statistiche che Mario ha tenuto, rileviamo una media di 30 rappresentazioni annue, dal 1958 al 1971, con spettacoli di ogni genere: serate con artisti d’eccezione - D’Anzi, Iva Zanicchi, Achille Togliani, Giorgio Gaber, Wilma De Angelis, Ombretta Colli, Lionello, Celentano, Dino, ecc. - veglioni, concorsi canori e concorsi teatrali, festival, saggi, commemorazioni.

Quello però che ci preme ricordare fu la gamma meno «mondana» degli spettacoli che La Recastello mise in scena ed alla quale si dedicò con finalità ben superiori al solo svago ed al solo passatempo: ci riferiamo agli spettacoli benefici fatti negli ospizi, nei sanatori, nelle carceri, negli ospedali e case di cura, negli affollatissimi convegni delle zelatrici del Seminario, ecc.

Ci è doveroso dare particolare risalto a questo modo di fare spettacolo, poiché tutti i componenti la compagnia vi dedicarono «corpo ed anima» non lesinando scomodità, fatiche, mezzi e tempo.

Le soddisfazioni furono parecchie, poiché a coronamento di tanti anni ci furono momenti particolarmente significativi, come la duplice affermazione della compagnia al concorso «Voci e Volti della Bergamasca» - terzi nel 1958 e primi nel 1960 - che si effettuava a Nembro e che era la massima manifestazione di alcuni anni fa, e le trasferte a Wetzikon in Svizzera fra il calore della nostra colonia di emigranti, che allora era piuttosto numerosa con i tempi che in Italia correvano in materia di occupazione.

La stampa seguì con particolare attenzione questa nostra attività che purtroppo, con la scomparsa di Mario, ebbe a cessare.

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Articolo p. 14

Sì! In montagna noi cantiamo

Un ricordo personale lega la passione per le montagne, le canzoni e la tipografia: il canto diventa un altro modo di stare insieme.

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Testo rivisto sull’originale

Fernando Maffeis

Non saprei proprio dire quando nacque in me la passione alla montagna. Ricordo tuttavia che, una ventina d’anni fa, con grande entusiasmo io, giovane allievo di tipografia, ebbi a comporre pazientemente, «a mano», l’Annuario del CAI di Bergamo, che non usciva allora in veste così elegante: la copertina era di carta normale e il tutto era composto da una trentina di pagine.

Le tante foto delle montagne bergamasche a me familiari e quelle dei nostri rifugi; le varie pose, per esempio, di Pirovano che si esibisce su pareti di ghiaccio e riprodotte a pagina intera; le scalate di Comici sulle Torri dolomitiche e le diverse riproduzioni di alpinisti che si esercitano sulle rocce della Cornagera e della Presolana, mi affascinarono e certamente contribuirono a spingermi alla montagna e a visitare così, un po’ alla volta, tante belle zone delle nostre vallate, della Val d’Aosta e delle Dolomiti.

Sebbene amante delle bellezze alpine, non ho mai tentato di scrivere alcuna riga riguardante l’attività alpinistica, poiché mi riconosco senz’altro tra coloro che non hanno il dono di saper trasmettere ad altri la soddisfazione di una vetta conquistata, di una via riuscita, anche se non nuova o non eccessivamente impegnativa.

Una considerazione piuttosto strana nasce però in me quando, discorrendo con amici con i quali ho effettuato qualche escursione in territorio straniero, si parla della differenza di impostazione dell’attività alpinistica e particolarmente della vita nei rifugi.

Mi era noto il carattere asciutto, chiuso, rigido, tanto diverso della gente elvetica a confronto degli italiani; però solo l’agosto scorso me ne sono reso conto quando, con l’amico Giancarlo, mi sono recato al Rifugio Tschierva, situato ai piedi del Bernina, dello Scerscen e del Roseg, che volevamo salire.

Abituati noi generalmente a manifestazioni di gioia e d’allegria all’arrivo ad un qualsiasi rifugio, là troviamo il custode sull’uscio che a gesti ci fa capire di depositare lo zaino nel corridoio, ci fa togliere la picozza e ce la fa sistemare in un apposito scaffale. Quindi ci indirizza nella sala per la cena dove, sebbene stipata di alpinisti, non si sente che un leggero mormorio accompagnato solo dal rumore di posate e scatole di latta. La prima impressione è quella di trovarmi nel refettorio di un qualsiasi collegio di riformazione.

Sono le 20.30 circa. Ordiniamo una minestra e una birra ciascuno, mentre cerchiamo di riorganizzarci un poco, ma non facciamo in tempo a mangiar altro perché, da quel che possiamo capire, il custode, molto deciso, ordina a tutti — sono le ore 21 — di andare a dormire.

Rimaniamo sorpresi, ci guardiamo in faccia io e il mio compagno, ma bisogna far buon viso e ubbidire. Siamo gli ultimi a salire in camerata, dopo che il nostro… assistente ci ha fatto togliere gli scarponi. In camerata si entra scalzi. Ci fa accomodare su un tavolato rialzato; non facciamo in tempo a vedere dove andiamo a finire che la luce si spegne e… buonanotte! Ridiamo piano tra noi per il susseguirsi di sorprese e poi tentiamo di dormire, ben consci del lavoro che ci aspetta il giorno dopo.

È in questa camerata che noto il contrasto tra le abitudini loro e le nostre. Generalmente nei nostri rifugi le serate terminano dopo cena con qualche suggestivo canto alpino eseguito in coro con voce sommessa o facendo cerchia a qualche bel tipo che ci ravviva la serata.

Qui invece pare non sappiano nemmeno cantare o sorridere; è proprio il carattere loro.

Durante la notte inizia a piovere, ma al mattino alle 3.50 sono già quasi tutti in piedi e i più armeggiano subito, da basso, con corde e ramponi. Si accontenteranno tutti però di quattro passi tra i seracchi vicini al rifugio. Anche noi, più tardi, ci limiteremo a ciò… poi ci prepariamo al ritorno.

Il custode ci porge prima di uscire il libro delle firme e con piacere notiamo che non è il solito libro pieno di schizzi e frasi — più o meno felici — che troviamo nei nostri rifugi, ma una dignitosa raccolta di nomi e di escursioni fatte dagli alpinisti.

Ci congediamo. Scendiamo in fretta la silenziosa vallata di Pontresina e ritorniamo quindi in Italia, dove subito ci sentiamo rinfrancati di nuovo spirito.

Basta silenzio, basta «mance» — non sei padrone di bere un bicchier d’acqua se non devi pagare anche la mancia —, basta con i verbi e aggettivi stranieri.

Il nostro cuore si apre e finalmente cantiamo!

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Articolo p. 15

Il cerchio corale

Dai primi tentativi del 1956 alla nuova formazione del 1973, il coro trova continuità, direzione e un proprio posto nella vita della società.

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Testo rivisto sull’originale

Il Gruppo Corale

Non era la prima volta, sul finire del 1973, che il fascino del coro attraversava la Società sportiva «La Recastello».

Già nel 1956, alcuni soci diedero vita ad un gruppo corale: erano tempi difficili ed il coro non ebbe lunga vita.

Il coro della Recastello schierato per una fotografia
Il cerchio corale della Recastello. Originale: p. 15

Questo cenno solo per chiederci: «Come si spiega questa passione ricorrente nei confronti del canto corale all’interno di una società sportiva?».

Recastello è innanzitutto il nome di una vetta delle nostre Prealpi e tutti noi sappiamo quanta passione per la montagna ci sia dentro questo gruppo sportivo.

Chi tra noi sceglie di ricaricarsi, dopo gli impegni settimanali, camminando in montagna, sa pure quanto sia facile, per i sentieri, nei rifugi, sulle vette, lasciarsi andare al canto corale.

Cantare dunque è il modo naturale di sentirsi uniti ai compagni d’escursione e fusi con l’ambiente che ci circonda.

Nasce il Gruppo Corale Recastello

L’idea di ricreare questa fusione nella realtà di tutti i giorni ci spinse a pensare ad un gruppo corale. Più voci, voci diverse in coro dentro la vita.

Questa ci sembra in sintesi la ragion d’essere dei parecchi cori che si interrogano sulla loro esistenza.

Ripensando ai nostri quasi quattro anni di vita nel Gruppo Corale Recastello, ci sembra di riuscire a scorgere, sia pur confusamente, data la nostra giovane età, i lineamenti della nostra identità e dei nostri obiettivi.

Certamente non è stato facile trovarci insieme in modo stabile e continuativo; anche perché eravamo partiti forse pensando ai rifugi: il tavolo, le panche, il fiasco sempre pieno - sempre vuoto e noi attorno in coro.

Ben presto però ci siamo resi conto che il tavolo e il fiasco non potevano essere i principali protagonisti dei nostri incontri; non solo, pensammo alla gente, alla quale non volevamo certamente offrire «fiaschi» come risultato del nostro trovarci insieme.

A questa convinzione non siamo arrivati come per incanto, ma passando attraverso momenti di ripensamento, di difficoltà tali che davano per imminente il dissolversi del coro stesso, con persone affacciatesi e poi sparite, ma anche con elementi sempre disposti a rilanciare e ricostruire la realtà del coro.

Realtà che oggi proponiamo come «spazio aperto» a tutti coloro che vogliono cantare.

Origine e sviluppi del repertorio

Nel coro, vissuto principalmente come luogo di relazione e dialogo tra persone, abbiamo lavorato e lavoriamo attorno al messaggio da rivolgere alla gente: il repertorio. Ed è proprio sul repertorio che si misura il cammino di un coro e se ne riscopre l’identità.

Nei nostri primi incontri c’era tanta volontà di cimentarci con qualche canto, per poter subito «sentire» il risultato del nostro trovarci insieme.

Ed è così che, come già hanno fatto buona parte dei numerosi cori alle loro origini, all’inizio abbiamo attinto ai canti del repertorio S.A.T., considerato un caposcuola nel genere dei canti di montagna.

Ben presto però ci siamo accorti che riproporre unicamente canti divulgati dalla S.A.T. non faceva altro che relegarci ad un ruolo subalterno in cui, al meglio delle nostre possibilità, non facevamo altro che offrire una brutta copia rispetto all’interpretazione originale.

Siamo dunque partiti alla ricerca di uno spazio nostro in cui esprimere la nostra soggettività corale.

Ed il primo travestimento armonico l’abbiamo realizzato proprio sul motto de «La Recastello», scritto dal primo presidente Pierino Pievani che, proprio in montagna, trovò la morte.

Successivamente, il nostro intento di essere radicati nella nostra realtà locale e di divulgare aspetti desunti dalla nostra tradizione, ci ha portato ad incontrarci con la raccolta di poesie dialettali del nostro concittadino Guerrino Masserini.

Di queste abbiamo trasposto in canti tre brani che ci fanno il quadro della situazione sociale-economica degli anni ’40, oltre a mostrarci di quale amor patrio erano impregnati gli italiani di quel tempo.

La nostra ultima esperienza si rifà ad una lirica di Salvatore Quasimodo che ripropone lo squarcio prodotto dall’occupazione tedesca in Italia nell’ultima guerra.

Ed è su questa strada che pensiamo di continuare con l’intenzione di allargare in futuro la nostra esperienza a canti classici e polifonici.

Provvisoriamente, se è possibile fare un consuntivo delle nostre scelte a livello di repertorio, possiamo dire che, in questa prima fase della nostra esistenza corale, abbiamo privilegiato l’aspetto divulgativo.

Così, oggi possiamo proporre alla gente 22 brani che cantano la vita nei suoi momenti di fatica, di gioia, di paura, di speranza.

Incontro alla gente

La natura dei nostri canti fa sì che il nostro incontro con la gente avvenga nelle forme più occasionali, partecipando ai vari momenti commemorativi, inaugurali, di festa che nell’arco dell’anno si creano all’interno del paese o dei paesi vicini.

Brevemente abbiamo cercato di tratteggiare il profilo del Gruppo Corale Recastello quale noi lo vediamo dall’interno.

Nonostante la brevità, ci è costato fatica. E ci pare principalmente per questo motivo: i cori sono fatti per cantare e per incontrarsi con la gente.

Rinchiudere un coro tra qualche riga scritta significa sempre in qualche modo mutilarlo.

E siccome è impossibile farvi giungere attraverso la carta il suono dei nostri canti, ci diamo appuntamento alle varie manifestazioni all’interno del paese, convinti che, ascoltando i nostri canti, avrete modo di conoscere in prima persona il coro stesso; così pure potremo scambiarci idee e progetti per una sempre nuova coralità.

Pagina 15 del libro, associata a “Il cerchio corale”
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Articolo p. 38

Il giornaletto

La pubblicazione del venticinquesimo viene collocata nella storia dei precedenti giornaletti sociali, nati per informare e tenere unita la società.

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Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Il presente giornaletto è il diciottesimo che «La Recastello» pubblica dalla sua fondazione: l’ultimo vide la luce nel gennaio 1970.

Alcuni esemplari di ogni edizione sono gelosamente custoditi in sede.

Ne uscirono quattro numeri nel 1954, uno nel 1955, due nel 1956, uno nel 1957, due nel 1959, uno nel 1962, due nel 1963, uno nel 1964, nel 1966 e nel 1970.

Verrebbe spontaneo pensare che c’è stato un affievolimento di impegno; forse anche sì, però riteniamo di trovare la motivazione nei seguenti punti.

Agli inizi si ritenne necessario appoggiare con la stampa la campagna di inserimento e divulgazione della Recastello nei giovani e negli sportivi.

I costi erano molto relativi, poiché i principali artefici delle edizioni — leggi Fernando prima e Mario dopo — erano… tipografi!

Ora i costi di edizione sono assolutamente inadeguati alle nostre disponibilità di cassa, per cui solo un avvenimento d’eccezione come la ricorrenza del venticinquesimo anno dalla fondazione riusciva ad orientare il Consiglio ed il cassiere alla presente edizione.

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Articolo p. 43

Vent’anni fa nacquero “I Mabor”

Il complesso musicale formato da soci portò il nome della Recastello su palchi e feste, mescolando musica e scenette molto applaudite.

Leggi il testo completo p. 43

Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Chi erano?

Imberbi giovani, innamoratissimi della musica e, logicamente, anche delle loro morose — n.d.r.: oggi, spose felici —, con in corpo tanta, tanta voglia di strimpellare, di sfogare su degli strumenti la loro esuberanza.

Il complesso musicale I Mabor con amici e collaboratori
Il gruppo musicale “I Mabor”. Originale: p. 43

Suonare per loro divenne, con il tempo, un impegno, un obbligo, quasi quasi un hobby a tempo pieno.

E si buttarono a capofitto in questo complesso, convinti che, alla lunga, le loro qualità, sicuramente indiscusse, sarebbero venute a galla.

Ebbero poi, dalla loro, la fortuna di essere affiancati anche dalla coppia di presentatori, comici, imitatori Mario Maffeis e Vittorio Merelli, ed il cocktail di elementi seppe fondersi, crearsi una forma tanto convincente e varia, che il mietere successi, per tanti anni, divenne normale.

Radio, televisione, discoteche, sale da ballo, spettacoli benefici, di propaganda e… di lucro poterono così usufruire delle loro prestazioni in continua evoluzione ed affinamento.

I loro presentatori Vittorio e Mario inserivano con garbo, con gusto, tra una musica e l’altra, le loro esilaranti scenette strappa-applausi, sicché tutto questo valorizzava un po’ tutti, quasi gli uni fossero il complemento degli altri.

Quanti spettacoli hanno fatto sotto l’egida de «La Recastello»?

Sì, sicuramente molti, troppi, da perderne persino il conto preciso.

È un dovere, un obbligo per noi, oggi, ricordare questi soci che intesero propagandare il nome della nostra Società in una forma inconsueta, ma altrettanto valida perché, anche mercé la musica, il nome «La Recastello» è diventato popolare anche fuori dall’agone sportivo.

Pagina 43 del libro, associata a “Vent’anni fa nacquero “I Mabor””
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05

Montagna

Il Recastello e le Orobie sono paesaggio, prova e simbolo: le salite diventano racconti di prudenza, meraviglia, appartenenza e trasmissione tra generazioni.

Articolo p. 9

Emozioni al Recastello

Il racconto di una salita primaverile lungo la cresta trasforma il Pizzo Recastello in esperienza vissuta: neve, roccia, prudenza e meraviglia.

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Testo rivisto sull’originale

Carlo Bonomi

La domenica precedente avevo appese al chiodo le pelli di foca pensando che ormai era giunto il momento di riprendere ad accarezzare anche un po’ di roccia; così, tanto per cominciare, con Michele decido di salire il Recastello per la cresta ovest.

Il tempo, da alcuni giorni, si mantiene bello, perciò quel mattino partiamo con la certezza di fare una «sana» e «remunerativa» salita.

Dopo esserci scaldati un po’ per raggiungere il rifugio Curò, che oltrepassiamo senza fermarci, il ritmo comincia a calare quando, lasciata la strada per il Barbellino, ci inerpichiamo per gli sfasciumi del maestoso anfiteatro nord-ovest.

Un rovinare di pietre smosse ci fa alzare lo sguardo: con piacevole sorpresa scorgiamo un numeroso branco di camosci che stanno scendendo agilmente per canalini ancora innevati; spiccano balzi tra massi e roccette da far invidia a noi che faticosamente arranchiamo per la pietraia sotto alla sella, l’attacco della «nostra» cresta.

Per qualche attimo vediamo i loro fulvi mantelli brillare in controluce, illuminati da un raggio di sole che è riuscito ad intrufolarsi tra uno stretto intaglio delle creste sovrastanti. In tutta fretta monto il teleobiettivo sulla mia fotocamera ed, appoggiato allo zaino del compagno, che mi fa gentilmente da stativo, scatto qualche fotogramma con poca convinzione sulla qualità dei risultati; poi i camosci scompaiono alla nostra vista, inghiottiti dall’ombra di una quinta rocciosa.

A malincuore riprendiamo a salire, ora su neve ghiacciata che ci impegna in delicati passi, dato che siamo senza ramponi.

Alla bocchetta il sole ci accoglie avvolgendoci nel suo gradevole tepore; la Val Cerviera si apre ora davanti a noi, inondata di luce. Una breve sosta e poi, legati, si parte per la prima filata di corda.

Sulla cresta c’è ancora neve: i facili passaggi su roccia si alternano ad alcuni più impegnativi su neve che, tutto sommato, però filano via lisci, ed in breve siamo alla spalla dove la pendenza si va gradatamente attenuando.

Iniziamo la lunga traversata sotto la prima punta, che evitiamo per il versante occidentale, e procediamo usando per passamano il labbro beante della crepaccia iniziale abbastanza aperta alla base della parete di roccia.

Risaliamo il primo canalino ed attacchiamo il primo torrione sul lato orientale; un passaggio un po’ delicato, per la roccia poco solida, ci fa perdere un po’ di tempo. Il secondo torrione è relativamente più facile e finalmente arriviamo sotto la cresta che scende dall’anticima.

La pendenza si fa sentire nuovamente anche se non ci impegna in difficili passaggi; la via non è obbligata e si sale dove si può, destreggiandoci fra massi e scaglie color ruggine. Quando la roccia lo permette scegliamo i tratti più difficili per «farci le braccia».

Ogni tanto ci lanciamo a vicenda battute scherzose, fingendo di essere in difficoltà: «Mike, guarda che sesto!»; «Dai, che sono sul “perecol”!».

Così, tiro dopo tiro, giungiamo all’anticima; siamo felici e quasi ci dispiace che non ci sia più nulla da salire, ormai siamo completamente inebriati dalla voglia di arrampicare.

Un breve tratto di cresta ci separa dalla vetta; scorgiamo la croce poco lontana sullo sfondo di enormi nuvole bianche, ci affrettiamo perciò nella sua direzione per fare un bello spuntino, dato che da tempo eravamo anche impegnati a far tacere i morsi della fame che si facevano sempre più aggressivi.

Seduti in vetta, diamo fondo alle nostre provviste. Sotto di noi il lago del Barbellino ci appare ormai lontano; il colore dell’acqua da questa posizione ci appare di un meraviglioso smeraldo.

Mentre siamo intenti in questa contemplazione, un tramestio sulla nostra destra ci fa trasalire e, come in una visione, ci troviamo faccia a faccia con quattro magnifici camosci che probabilmente, saliti controvento, non avevano sentito la nostra presenza; sbucati dal versante nord, sono ora a non più di tre metri da noi.

Per qualche attimo rimaniamo così a bocca aperta, con gli occhi sbarrati per la sorpresa (noi e loro!), poi con un brusco dietro-front gli agilissimi animali spariscono in un baleno da dove erano arrivati.

Le emozioni però non sono ancora finite: da qualche momento mi sembrava di udire un ronzio, come quello di un aereo lontano. Facendo più attenzione mi accorgo che il rumore proviene dal filo di terra della croce, cosa assai strana dato che sulla vetta non soffia il minimo alito di vento. Intento ad osservare il filo di rame, vedo i peli muoversi come attirati da una calamita; allora comprendo istantaneamente tutto: ci troviamo nel bel mezzo di un campo di elettricità prima di un temporale!

Grido a Mike di raccogliere subito la roba: dobbiamo scappare dalla vetta, c’è pericolo di beccarci qualche fulmine. Quello mi guarda senza capire, ma vista la velocità con cui insacco a casaccio tutto il materiale, non se lo fa ripetere ed a sua volta mi insegue.

Zaino in spalla, sto per partire di corsa per la discesa quando sento Mike che mi chiama mostrandomi un braccio alzato: l’indice puntato verso il cielo gli vibra tutto, facendo lo stesso rumore del filo della croce. Senza pensare al pericolo a cui vado incontro, anch’io alzo un dito: è come se lo avessi infilato in una presa di corrente, senza però sentire alcun dolore; quello che più mi stupisce è il rumore delle vibrazioni. Con un certo sforzo mi controllo: «Giù di corsa», grido a Mike, e mi avvio per la cresta cercando in fretta il punto migliore per divallare.

Alcuni metri sotto la cresta Mike riprova ad alzare il dito senza però riscontrare il fenomeno di prima.

Solo allora ci accorgiamo cosa sta arrivando da est: un temporale coi fiocchi! Le belle nuvole bianche che avevamo notato in salita si sono ora tramutate in un tetro ammasso di vapori plumbei che, rotolandosi e contorcendosi, si avvicinano sempre più.

Sembra sera, un’oscurità è calata senza accorgercene; finalmente troviamo il canalino della via normale che infiliamo a tutta birra, badando bene di non toccare la corda fissa metallica, mentre oltre al Tre Confini si vedono guizzare i primi lampi accompagnati da lugubri brontolii.

Ormai fuori dal canale sentiamo l’inferno che si scatena sopra di noi; cominciano a cadere i primi chicchi di grandine, via via sempre più fitti e più violenti. Indossiamo le giacche a vento e mettiamo persino i caschi (per questa volta antigrandine) e giù a grandi balzi per gli scivoli dei ghiaioni della Val Cerviera, accompagnati da una sinfonia di lampi e tuoni.

Al rifugio Curò ci troviamo a raccontare le nostre avventure assieme ad altri non meno fradici di noi.

Pagina 9 del libro, associata a “Emozioni al Recastello”
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Articolo p. 11

Le pietre miliari

La spedizione del 1955 al Bus di Tacoi e altre imprese fissano alcuni passaggi fondativi dell’alpinismo sociale.

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Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

10 luglio 1955. Bus di Tacoi

Riportiamo quanto apparso su «L’Eco di Bergamo» il 15 luglio 1955: si trattò di una spedizione particolare, poiché rappresentava un ideale congiungimento delle aspirazioni delle nuove leve con quanto i padri avevano fatto parecchi anni prima.

Una spedizione sociale in montagna
Una delle immagini che accompagnano le prime imprese sociali. Originale: p. 11

Poi la speleologia si sviluppò e si specializzò; restò solo un rammarico: che la coroncina d’oro citata nell’articolo poco dopo sparì.

Preceduta da una riunione nella quale i dirigenti del Gruppo Grotte Bergamo illustrarono gli aspetti e le caratteristiche delle escursioni speleologiche, ha avuto luogo, domenica 10 luglio, una spedizione nell’ormai famoso «Bus di Tacoi».

Protagonisti i giovani della «Recastello» di Gazzaniga, ansiosi di emulare i loro padri, primi scopritori della grotta nel 1927.

Scopo della spedizione erano l’arrangiamento della scaletta fissata dai gazzanighesi durante la prima spedizione al «Salto della Morte» e l’incoronazione della Madonnina posta due anni or sono dal Gruppo Grotte Bergamo in fondo alla grotta — 200 metri di profondità — su un gruppo di eburnee stalagmiti prospicienti il «Lago Verde».

Guidati dal signor Emilio Sofisti, che già ebbe a scendere nel 1927, i quattordici animosi sono riusciti in tutti e due gli scopi; anche perché la scaletta fissa è stata trovata in stato ancora abbastanza efficiente, se si considerano gli anni da che si trova nell’umidità.

L’incoronazione della Madonnina ha avuto luogo in un’atmosfera estremamente suggestiva, che favoriva un mistico raccoglimento; e senz’altro l’apposizione dell’aureo cerchietto con la scritta «La Recastello — Gazzaniga — 10 luglio 1955» è stata la più grande soddisfazione per i presenti, poiché con esso, simbolo significativo, rimarranno vive laggiù la loro volontà e la loro fede.

Componevano la spedizione: Emilio Sofisti, Franco Baitelli, Gustavo Carrara, Adriano, Fernando e Mario Maffeis, Ippolito Maffeis, Armando Martinelli, Giovanni Peracchi, Battista Perola, Cesare Pezzera, Arrigo Rottigni, Clemente e Giorgio Sofisti.

Agosto 1969. Campionato Italiano ENAL di corsa in montagna

Alla nostra Società venne affidato l’incarico di organizzare, per il 1969, il Campionato Italiano ENAL di corsa in montagna.

Fu un avvenimento eccezionale, vissuto da vicino dagli sportivi dell’intera terra bergamasca. Parteciparono 29 squadre civili e 22 squadre militari di tutte le armi. La gara, effettuata a staffette di tre elementi sui monti sovrastanti il nostro paese, si concluse con un totalitario concorso di pubblico, in uno spettacolo anche folcloristico dei Gioppini nel quale si inquadrarono le ricche premiazioni.

Premi CONI

Fino a qualche anno fa, per incentivare ed aiutare le società sportive, il CONI assegnava annualmente premi secondo graduatorie che prendevano in esame l’efficienza delle società, la loro organizzazione, i risultati, gli sforzi compiuti specialmente nel settore della propaganda, le fonti di sostegno finanziario, ecc.

Ebbene, anche «La Recastello» venne riconosciuta: nel 1962 e nel 1964. L’aiuto economico venne accompagnato da diplomi che si trovano affissi in sede.

Sempre in tema di riconoscimenti ricordiamo che nel 1969 ci venne assegnato, per meriti sportivi, un diploma da parte del Consiglio di Valle Seriana in occasione della Festa della Montagna.

Pagina 11 del libro, associata a “Le pietre miliari”
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Articolo p. 29

Andare in montagna: qualcosa rimane

Una salita notturna del 1952 verso il Recastello restituisce l’entusiasmo pionieristico dei primi soci e la memoria concreta della croce.

Leggi il testo completo p. 29

Testo rivisto sull’originale

Cechino

Quando la domenica mattina, ore 3.40, la strada è buia ed il gruppo di ciclisti si intravede appena, si sente il vociare di alcuni ed i richiami a chi arranca in coda.

Dopo pochi chilometri l’asfalto finisce ed il gruppo si riordina, procedendo in fila indiana sulla strada sterrata e piena di buche. Lunghe rincorse sui rettifili e grosse sbuffate sulle troppe salite; si arriva quasi in cima alla Valle Seriana quando appena rischiara.

Gruppo di soci in montagna nel giugno 1952
Una salita sociale del giugno 1952. Originale: p. 29

La S. Messa è meglio sentirla a Fiumenero alle 5.30 poiché a Valbondione sono più cittadini, si alzano più tardi.

Sosta vicino alla fontanella fuori dalla chiesa, mucchio di bici appoggiate al muro e mentre dentro il Don inizia puntualissimo le preghiere, sono in arrivo i «soliti ultimi» che vanno troppo piano in salita.

Finita la Messa ultima sgroppata fino all’Albergo Barbellino di Valbondione dove lasciamo i cavalli... di ferro a riposare...

Il castello di Gromo si intravede in fondo al rettilineo prima del paese, ma subito scompare mescolandosi alle nuove costruzioni.

Sebbene la strada presenti ancora qua e là qualche strettoia ed il traffico di questa stagione sia ancora intenso, la macchina rallenta di poco l’andatura e sorpassa l’abitato di Valbondione all’imbrunire, per parcheggiare al piazzale sopra la piattina...

Chi avrà il coraggio di «correre» sul primo tratto del sentiero del Rifugio Curò, dopo la pedalata nel buio? Eppure qualcuno c’è sempre che allunga il passo per misurarsi con gli amici o col tempo, in modo di giungere quella manciata di minuti prima dei posa-piano della compagnia; di solito questi si rifanno un poco nell’ultimo tratto, quello duro.

L’arrivo sul piazzale del Rifugio vede il gruppo tutto sgranato, tanto che i primi, dall’«osservatorio», guardano giù nello «scarico» ed incitano o prendono in giro chi è ancora alle «tre croci»...

Pile alla mano, i quattro amici salgono per il sentiero in mezzo al bosco di faggi, abeti e larici per giungere alla «strada» del Rifugio; passano al piazzale della teleferica dove la strada finisce e proseguono di buon passo su per il sentiero.

La notte è limpida, il cielo tutto una stella: buon auspicio per la salita ed il lavoro di domani. Non sono preoccupati tanto su al Rifugio: hanno le cuccette prenotate e tanti amici che li hanno preceduti al pomeriggio.

Il «masson», il «piano», le «corde fisse», le tre croci. Una, poi due, poi tre pile dirigono i fasci di luce su loro che salgono... chiamano... danno loro il benvenuto al nuovo Rifugio Curò.

L’ambiente è cambiato, così pure il comportamento del gruppo di amici: tutti insieme salgono la traccia di sentiero che tra dirupi, pascoli e ghiaioni porta al versante Sud.

Lo risalgono zig-zagando per evitare i ghiaioni più faticosi. Quando qualcuno si ferma perché è stanco gli altri aspettano con pazienza, poi ripartono in lenta fila fino a giungere al canalino.

Attaccano le ultime e più ardue difficoltà ancora tutti uniti, aiutandosi a vicenda. Dopo breve tempo escono in cresta e quindi in vetta dove li attende una piccola Croce.

La compagnia si è riformata: ha trascorso unita una bella serata tra bicchieri, canti e buon vino; ha passato la notte nelle accoglienti cuccette (sarebbe un po’ troppo dire dormito).

Da oltre un’ora sta salendo la montagna, divisa in gruppi, per diversi itinerari a seconda... della gamba... della chiacchiera... alla ricerca di qualche bel fiore o panorama da fotografare.

Si ritrova unita ai piedi del canalino dove - la corda messa alcuni anni prima è in cattivo stato: si sostituirà al ritorno per evitare pericoli - con qualche difficoltà, ma aiutandosi vicendevolmente, risale la stretta fenditura fino alla croce: pochi passi ed è in cima.

Ognuno scrive il nome sul libro di vetta, ai piedi della grande Croce.

Tanto tempo è trascorso... tante persone sono passate... su questo monte, eppure, qualcosa è rimasto immutato...

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Articolo p. 33

Perché il Recastello

La scelta del nome e la prima croce dell’agosto 1952 vengono raccontate attraverso memoria personale, fotografie e senso di appartenenza.

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Testo rivisto sull’originale

Anna Minelli

Ero ancora bambina, ma ricordo vagamente di aver sentito parlare di una croce che doveva essere portata su una montagna. Non sapevo bene di che si trattasse e neanche riuscivo, con la mia fantasia infantile, ad immaginarlo. Non conoscevo il nome del monte o forse l’avevo sentito nominare, ma non ci avevo fatto caso. Non supponevo neppure che alcuni di quei ragazzi - erano i primi soci de «La Recastello» - che tanto si davano da fare per costruire e trasportare quei pesanti tronchi di ferro fin sulla vetta di una montagna, sarebbero più tardi diventati i miei amici.

Ancor oggi non so il motivo per cui essi furono tanto attratti da questo monte, quale fascino esso aveva esercitato su di loro, tanto da indurli a dare quel nome alla nostra società alpinistica, in quel tempo appena nata.

I soci fondatori posano la prima croce sul Recastello
I soci fondatori posano la prima croce, agosto 1952. Originale: p. 33

Sono trascorsi parecchi anni da allora; all’entusiasmo giovanile di quegli anni è subentrato un affetto sereno e pacato per la montagna e c’è anche chi si accontenta ora di guardare dal basso.

Non mancano tuttavia coloro che durante tutti questi anni, sorretti dallo stesso entusiasmo di allora, hanno continuato con tenacia a praticare la montagna, temprando sempre di più il loro corpo e il loro spirito, sì da giungere a risultati insperati. A dimostrazione di ciò cito alcune escursioni fatte l’estate scorsa da un gruppo dei nostri soci: dal Brevetto dell’Adamello, alla Traversata delle tredici cime nel gruppo del Cevedale compiuta in soli due giorni, alle escursioni sul Bernina e sul Gran Paradiso.

Furono ancora alcuni di loro che cinque anni fa attrezzarono il tratto che va dal ghiaione del Recastello con una corda metallica, affinché tutti potessero salire in vetta senza timore. Da allora infatti si riscontrarono molte più firme sul quaderno che, infilato in un’apposita fessura ai piedi della croce, viene ora rinnovato quasi ogni anno. È vero che questa corda fu contestata, perché, si disse, non dava eccessiva sicurezza, essendo infissa in una roccia friabile, ma c’è appunto in programma di sistemare la faccenda.

E quando alcuni anni fa giunse il momento di pensare ai festeggiamenti per il ventennale della fondazione de «La Recastello», essi sentirono ch’era doveroso salire di nuovo tutti lassù, per rendere omaggio alla loro vecchia, cara montagna. Così in una serata estiva gli ospiti del rifugio Curò poterono ammirare tutta la cresta del Recastello illuminata da fiaccole e, poco dopo, vedere una cascata di variopinti fuochi artificiali erompere dalla sua vetta.

Fu ancora l’amore per questa montagna che spinse alcuni dei nostri amici ad affrontarla di notte in una escursione invernale.

Quella notte di novembre non si poteva che definire «splendida»; la luna si rispecchiava nel lago artificiale, le montagne si stagliavano nette nella notte chiara, resa ancora più eterea dalla soffice coltre di neve. Era la prima neve al Curò, ed era l’annuncio dell’inverno. Regnava una gran calma, da paesaggio incantato. All’interno del nuovo rifugio c’eravamo solo noi ed i custodi, diventati già nostri amici dopo sole poche settimane.

Quella sera si festeggiò il compleanno di qualcuno di noi; ricordo che fu portata in tavola una gran torta, poi dopo cena si accese il camino, caldarroste, canti, giochi, discorsi vari come sempre nelle serate ai rifugi, e poi fu l’ora di andare a letto. Credo fosse l’una o suppergiù, quand’ecco che quattro o cinque dei nostri si vestirono di tutto punto: ghette, piccozze, ramponi, molti indumenti di lana, e si accinsero a raggiungere il Recastello.

A quell’ora l’impresa poteva assumere l’aspetto di una bravata da ubriachi, ma non era così; essi parlavano seriamente ed il loro era più che altro un tentativo, poiché non erano affatto certi di riuscire a raggiungere la vetta della montagna, data l’abbondante neve caduta.

Io li guardavo perplessa e piuttosto invidiosa, perché anch’io avrei voluto partire con loro, ma sapevo bene che non avrei sopportato il freddo pungente della notte e la fatica di marciare nella neve alta per tante ore. Alcuni sconsigliavano i «prodi» di partire... non era l’ora adatta, la stanchezza, il freddo, ecc..., ma nessun argomento servì a fermarli. La verità era che tutti noi che restavamo eravamo piuttosto preoccupati per la sorte dei nostri avventurosi compagni. Sì, sapevamo che essi avevano una certa esperienza, che in caso di eccessiva difficoltà avrebbero anche rinunciato al loro progetto, non erano dei temerari, né si trattava di una folle impresa; tuttavia ce ne andammo a letto un po’ impensieriti.

Il mattino dopo mi alzai verso le sette; nel grande rifugio non si sentiva nessuno, supponevo che i «nottambuli» fossero da tempo ritornati e ormai russassero in un’altra stanza. Ma non era così. Dopo un poco li vidi infatti comparire davanti al rifugio, stanchissimi, ma raggianti. L’impresa era riuscita, ma c’era voluto molto più tempo di quello previsto e... forse anche molta più fatica, come lasciava intravedere il loro aspetto.

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Articolo pp. 39, 40, 41, 42

Sci alpinismo

Salita, discesa, tecnica e conoscenza dell’ambiente si incontrano nella disciplina che più direttamente unisce sci e alpinismo.

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Testo rivisto sull’originale

Michele Ghisetti

Io credo che tra gli sport praticati in montagna lo sci alpinismo sia senz’altro da considerarsi il più completo, per il fatto che in esso si trovano espresse come componenti le due principali attività alpine: lo sci e l’alpinismo.

Se sci alpinismo vuol dire semplicemente «andar per monti con gli sci», non è detto che questo sia semplice e tantomeno facile.

Uno sci alpinista della Recastello
Sci alpinismo: atleta e attrezzatura dell’epoca. Originale: p. 39
Paesaggio innevato verso il Passo Branchino
Verso il Passo Branchino, fotografia di Carlo Bonomi. Originale: p. 40
Sciatori sul pendio innevato al Passo Branchino
Due soci al Passo Branchino, fotografia di Carlo Bonomi. Originale: p. 41

L’appassionato cultore di questo sport deve possedere notevoli doti atletiche di fondo, come la resistenza alla fatica prolungata; deve avere inoltre una buona padronanza della tecnica sciistica che gli consenta di destreggiarsi su qualsiasi pendio nelle più disparate condizioni di innevamento, ma soprattutto deve essere in grado, dopo averne valutate le difficoltà, di scegliere quegli itinerari che, pur garantendo una gita interessante — magari anche impegnativa —, siano al di fuori da qualsiasi pericolo.

Scendere velocemente e con stile lungo i pendii delle piste battute, per immergersi poi nella calca della folla che attende rassegnata il turno per la nuova risalita, sarà anche bello, ma non certo così emozionante come tagliare per primi le vergini distese di neve, gustare pienamente i silenzi della montagna e godere gli stupendi paesaggi che offre sempre un itinerario di sci alpino.

In seno alla Recastello questa attività è praticata da più di vent’anni: da qualche appassionato isolato, piano piano, si è arrivati all’attuale folto gruppo di soci che regolarmente effettua uscite in quasi tutti i mesi dell’anno.

In un’ampia panoramica vorrei ora ricordare le innumerevoli gite, traversate, raid ed anche competizioni agonistiche di fondo che hanno visto all’opera i nostri più validi appassionati.

Nel 1969 e 1970 Dino Trapletti ed Ippolito Assolari sono i nostri primi due soci partecipanti al Trofeo Parravicini: un vero traguardo per la Recastello, che da anni cercava di allestire una squadra per questa importante manifestazione internazionale.

Nel 1974, sempre al Parravicini, partecipano Valerio Pirovano e Rinaldo Maffeis. Essi daranno inizio ad una nuova epoca per la nostra società, che vedrà infoltirsi le schiere di validi elementi come Luigi Castelli, Giacomo Grazioli, Ippolito Pezzera, Angelo Castelletti, Giuseppe Anesa, Walter Bedont, Rosario Pirovano, Giuseppe Bonomi, Michele Ghisetti e altri.

Ecco alcune delle principali manifestazioni cui «La Recastello» ha partecipato: Trofeo Parravicini, Trofeo Penne Mozze a Bardonecchia, la Pizolada delle Dolomiti, Trofeo Pilati alla Paganella, Trofeo Mezzalama nel gruppo del Monte Rosa, Campionato Italiano negli Appennini, Marcialonga, 12 Ore del Maniva, rally dell’Adamello, del Formico, del Bernina, del Curò, della Presolana, la Galopera delle Dolomiti, Trofeo Val d’Illasi e altre ancora.

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06

Sport

Ciclismo, podismo e grandi manifestazioni vengono riletti attraverso le persone, i sacrifici organizzativi e il valore della maglia, non come semplici albi di risultati.

Articolo p. 18

La 24 ore al Comunale di Bergamo

Nel novembre 1970 la pista del Comunale ospita una sfida lunga un giorno intero: Rino Lavelli attacca il record italiano davanti a migliaia di persone.

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Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

Come molti sportivi ricorderanno, nel 1970, dalle ore 16 di sabato 14 novembre alle ore 16 di domenica 15, la Recastello fu promotrice ed organizzatrice di una manifestazione agli albori in Italia, che per la freschezza dell’iniziativa, il fascino dell’incognito che presentava e la fama internazionale del protagonista - Rino Lavelli - ebbe larghissima eco di stampa e televisiva: l’attacco al record della 24 ore di corsa in pista.

La manifestazione, successivamente più volte ripresa da altri tentativi con innovazioni, modifiche e perfezionamenti, scosse l’ambiente sportivo riuscendo a catalizzare sulle affollatissime tribune del Campo Sportivo Comunale di Bergamo un fascino particolare: si scelse una domenica in cui l’Atalanta giocava in trasferta per far sì che l’atletica vivesse indisturbata la sua grande giornata.

Atleti e pubblico sulla pista dello stadio Comunale di Bergamo
La 24 ore al Comunale di Bergamo. Originale: p. 18

Stralciamo dalla stampa di quei giorni:

Giornale di Bergamo, 16 novembre 1970: «Nell’era delle conquiste spaziali il record di Lavelli: quasi 200 km! Oltre cinquemila persone hanno assistito alla fase finale del tentativo».

Gazzetta dello Sport, 17 novembre 1970: «Anche Barnard a vedere Lavelli. Non avremmo mai pensato che l’impresa di Rino Lavelli fosse capace di richiamare tanta gente...».

Tuttosport, 17 novembre 1970: «Il record di Bergamo è un episodio dal profondo significato umano, prima che tecnico... Nel momento dell’apoteosi il Comunale di Bergamo era zeppo di ex-atleti orobici, alcuni titolatissimi: tutti, dico tutti, piangevano e ti erano vicini».

Giornale di Bergamo, 16 novembre 1970: «... non possiamo esimerci dall’elogiare la perfetta organizzazione curata in ogni minimo particolare dalla Recastello di Gazzaniga...».

L’Eco di Bergamo, 16 novembre 1970: «... un successo di tutta l’atletica...».

Il tentativo sta felicemente per concludersi fra il caloroso appoggio del foltissimo pubblico. I cronometri fermeranno l’atleta dopo 199 km e 899 metri.

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Articolo p. 28

Trofeo Pierino Pievani

Dallo statuto alla gara: l’articolo ricostruisce trasformazioni, formule e successo del trofeo dedicato al primo presidente.

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Testo rivisto sull’originale

Fausto Bonaldi

L’articolo n. 5 del nostro primo Statuto sociale dice: «La Recastello G.G.G. intende organizzare… omissis… e, in memoria del suo primo presidente, organizzare annualmente il Trofeo Pierino Pievani, salvo impedimenti superiori».

Di proposito abbiamo desiderato riportare in apertura uno stralcio dello Statuto per… giustificare «la necessità», l’obbligo, il vincolo che c’impegna ad organizzare ogni anno il nostro Trofeo.

Ritratto di Pierino Pievani
Pierino Pievani, primo presidente. Originale: p. 28

L’avventura ha preso l’avvio il 27 settembre 1953 quale manifestazione di un certo interesse per gli sportivi, ideata per celebrare il venticinquesimo d’inaugurazione dell’Oratorio di Gazzaniga.

La corsa venne, per l’appunto, chiamata Coppa XXV Oratorio e a contendersi la vittoria si schierarono al via 19 squadre provinciali di due elementi su un tracciato di 16 chilometri, itinerante tra Gazzaniga, San Rocco, Ganda, Poieto, Cornagera e… ritorno.

Vinsero i fratelli Zanotti di Gorno impiegando un’ora e quaranta minuti e, come premio, si portarono a casa la coppa in palio, 1.500 lire, un orologio e… stop.

A titolo di curiosità enumero i premi ricevuti dalle prime otto squadre, mentre le altre undici restarono a bocca asciutta dopo 16 chilometri di corsa. Seconda squadra classificata: 1.000 lire, rasoio e pennello da barba e sei fazzoletti; terza: 800 lire e ferro da stiro; quarta: 500 lire e completo per corrispondenza; quinta: due berretti e due vassoi; sesta: due berretti e sei fazzoletti; settima: una bottiglia di Moscato e sei fazzoletti; ottava: una scatola di gianduiotti e sei fazzoletti.

Mi è sembrato doveroso dilungarmi sulla prima nostra gara per far capire ai giovani, agli sportivi, agli atleti del giorno d’oggi la differenza di trattamento che veniva riservato all’atleta di allora in confronto ad oggi, quando lo sportivo viene forse eccessivamente «coccolato».

L’umiltà, il sacrificio, l’abnegazione di quei tempi eroici, se valutate con il metro odierno, sembrano «davvero» mostruosi; ma la lezione che costoro ci hanno lasciato costituisce un’eredità che noi dovremmo sempre tener presente e meglio valutare quando parliamo, «ci vantiamo», per le nostre imprese.

In questa premessa, doverosa e storica, s’inquadra il Trofeo Pierino Pievani, che dal 1954 viene organizzato annualmente dalla nostra Società.

Da allora, ogni anno, il nostro Trofeo è cresciuto, si è imposto, si è affinato, ha migliorato il «bouquet», proprio come il buon vino che invecchiando esprime meglio le proprie qualità.

Forse tanta fortuna la gara se l’è meritata anche per il continuo ed incessante aggiornamento della sua formula, il variare dei percorsi sempre validi, del sistema speciale di classificare i concorrenti.

Infatti si passò dai percorsi duri, selettivi, altamente agonistici, da effettuarsi in coppia, a gare più brevi, più nervose, più tirate. Da staffette con frazioni distinte e classifiche separate per la salita, discesa e piano, a staffette brevi con identico percorso per tutti.

Sono poi seguite annate con gare a classifica individuale, magari con doppio giro dei concorrenti nella zona circostante Gazzaniga, alternando a queste anche gare con partenza in linea ed a cronometro.

Direi proprio che sono state «percorse» tutte le strade pur di alimentare, suscitare sempre un nuovo interesse alla gara.

Lo scopo principale è sempre stato quello d’interessare maggiormente anche l’estraneo, consentire agli spettatori di visionare meglio ogni concorrente per applaudirlo, per acclamarlo quasi quasi personalmente.

La fervida fantasia dei dirigenti de «La Recastello» però cerca di evolversi in continuazione, di aggiornarsi, elaborando sempre nuove formule per questo Trofeo che, ogni anno, polarizza l’attenzione dei podisti.

Decide pertanto di far disputare la gara «su strada» e non più su sentieri da capre, su percorsi per soli iniziati. Il pubblico dimostra di accogliere favorevolmente questa innovazione facendo ala al passaggio dei concorrenti snodantisi lungo le vie di Gazzaniga.

Sulle ali dell’entusiasmo che la corsa crea, come un alone, intorno a sé, il Consiglio decide, dal 1973, di trascinare nella disputa anche quelli che normalmente la gara la vivono solamente da spettatori, anche se far questo significa rivoluzionare radicalmente il senso della corsa.

Eccoci pertanto alle prese con nuove formule, con classifiche complesse a punti, con prove in linea di pura corsa, accoppiate a gare di regolarità dotate di controlli segreti, di punteggi cumulabili.

Il successo arride alla nostra manifestazione anche se la formula necessita di alcuni ritocchi per poter meglio affermare di aver centrato l’obiettivo che ci si era prefissi: fare lo sport per lo sport, fare dello sport non solo un punto d’incontro per tutti coloro che lo intendono come un mezzo per un’elevazione e sviluppo fisico ma, soprattutto, come un «partner» indispensabile per affinare le proprie qualità morali e di amicizia verso i nostri simili.

Con queste solide basi il Trofeo continuerà a suscitare l’interesse e quella carica d’entusiasmo, propellenti indispensabili per nuove importanti affermazioni e successi.

Con legittimo orgoglio, oggi, possiamo dire di avere alle spalle ben 24 edizioni consecutive.

Questo però, per noi, non è un record, un traguardo raggiunto, ma bensì un impegno a proseguire, ad aggiungere altri anelli alla lunga catena di successi che hanno fatto conoscere la triade «La Recastello — Gazzaniga — il Trofeo Pierino Pievani» a tutti gli sportivi italiani.

Pagina 28 del libro, associata a “Trofeo Pierino Pievani”
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Articolo pp. 30, 31

25 anni di ciclismo

Dal primo tesseramento CSI del 1953 alle cronometro e all’attività amatoriale, il ciclismo attraversa l’intera storia agonistica della società.

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Testo rivisto sull’originale

Giulio Maffeis

Il ciclismo è stato per la nostra Società la prima attività agonistica praticata a livello provinciale.

Infatti già nel 1953 avvenne il primo tesseramento al Centro Sportivo Italiano (C.S.I.) con ciclisti della categoria Esordienti. La nostra denominazione è «G.G.G. - Gruppo Giovani Gazzaniga» ed è Giacomo Bombardieri il miglior piazzato (9° posto) a Verdello il 20 settembre.

Ciclisti della Recastello riuniti accanto alle biciclette
Una formazione ciclistica della Recastello. Originale: p. 30

Ciò sembrerà strano dal momento che la Società era appena nata su iniziativa di giovani alpinisti, uno sport che poco collima con il ciclismo e che non lascia troppo tempo per altre attività; io so soltanto che il buon Fernando, a bordo del suo potente «Galletto», è mancato di rado ad una competizione ad incitare i suoi «ramarri» appena sfornati.

Gli inizi

La prima partecipazione a gare ufficiali nel 1954 avvenne a Ponte San Pietro, l’11 aprile, nella categoria Allievi, con Grassenis Eligio, Maffeis Giulio, Gualdi Rosario e Carminati Achille, mentre la domenica successiva, 18 aprile, iniziarono i dilettanti a Leffe con Bonaldi Fausto e Mario, Lumini Giovanni, Moro Mario e Pedroncelli Giuseppe.

Il noviziato ebbe il suo peso specialmente nei dilettanti dove l’esperienza è indispensabile, mentre negli allievi, dopo una serie di ottimi piazzamenti, finalmente il 20 giugno Grassenis Eligio portava alla vittoria i colori del nostro sodalizio permettendo alla stampa di interessarsi ampiamente di noi.

A questo punto, sfogliando nell’archivio sociale il faldone «Inizi ciclismo», un senso di commozione mi invade a quei ricordi delle nostre gare, di quel piazzamento, di quella fuga, foratura o caduta, così bene documentati dall’allora direttore sportivo Fausto Bonaldi.

La nostra prima stagione di attività si conclude con una serie notevole di successi e piazzamenti che invogliano il Consiglio Direttivo a continuare l’attività per il 1955; questi successi però non sono passati inosservati alle grosse società ed il Pedale Bergamasco si accaparra il forte Grassenis Eligio per la stagione successiva, con conseguente aumento di validi avversari per i nostri atleti.

È infatti proprio l’ex recastellino, in due occasioni, a negare allo scrivente la gioia del successo e particolarmente in una gara a circuito a Cene dove, al 18° giro, dopo una fuga solitaria di 15 giri, venne raggiunto: sul traguardo del 25° ed ultimo giro, in una strana volata, egli ha la meglio, negandomi la prima affermazione per il 1955.

In quell’anno la pattuglia era prevalentemente formata da Toti Battista di Colzate, Abbadini Romano e Gamba Giuseppe di Gorno, Gamba Mario di Vertova, Masserini Mario e Maffeis Giulio di Gazzaniga i quali, con vera passione, lottarono per tenere alto il prestigio della Recastello.

Le prime nostre gare

In campo organizzativo si allestirono due gare, una a cronometro individuale in 3 prove Piazza Rova - Via Dante ed una sul tradizionale percorso Gazzaniga - Cene - Gazzaniga (10 giri).

Negli anni successivi flessione dell’attività ciclistica per vari motivi - servizi militari, altre attività - e solo nel 1961 c’è una impennata a Fiorano nelle Olimpiadi per il 30° dell’Oratorio, dove c’è un bel successo per Società nella cronometro a squadre (Giulio e Beppe Maffeis e Neva Massimo).

Nel 1967 la repentina morte di Giuseppe Carminati, validissimo atleta, ci dà lo spunto per ricordarlo degnamente organizzando la prima edizione della cronoscalata Gazzaniga-Orezzo con formula ancora oggi esistente a cronometro individuale; da allora si ripeterà con rinnovato successo ogni anno.

La partecipazione dei nostri soci a questa gara è sempre stata notevole per qualità e quantità ed i magnifici trofei che annualmente i fratelli Carminati ci offrono alla memoria di Beppe fanno bella mostra nelle vetrine della nostra sede.

Nel 1969 e 1970 si organizza pure la cronometro a coppie Gazzaniga - Valbondione e ritorno.

Arriva il cicloturismo

In campo cicloturistico sono anni di grande movimento con Pirovano Valerio in testa, con stupende gite dolomitiche ed una con le scalate dei colli francesi Vars, Izoard, Galibier, Iseran, in compagnia di Dino Trapletti e Mario Bonaldi.

A fasi alterne, un po’ gareggiando in tutte le prove libere della provincia con la conquista anche di trofei triennali, un po’ con stupende gite - e una delle più ambite è la Milano-Sanremo che da qualche anno fanno i più preparati e che comprende il pernottamento nella familiarissima pensione «Anna» dell’amico Guerino Maffeis - si giunge al 1976, che descrivo un po’ più dettagliatamente essendo appena passato ed essendo anche stato uno dei più brillanti della nostra venticinquennale attività ciclistica.

Nel 1976

Forte di 18 cicloamatori delle varie categorie, decidiamo di affiliarci alla Federazione Ciclistica Italiana: a luglio, l’11 e il 18, si gareggia a Cisano e Ponte San Pietro in gare di cronometro a squadre di quattro o cinque elementi. Si ottiene un 5° posto a Cisano con Pezzera Ippolito, Berera Lino, Mismetti Angelo e Giulio Maffeis; un 6° posto nella internazionale di Ponte San Pietro con Berera Lino, Mismetti Angelo, Bombardieri Giorgio, Maffeis Beppe e Giulio.

Il 5 settembre cronoscalata Gazzaniga-Orezzo, con successo di Franco Martinelli; il 12 a Somma Lombardo (Varese), gran fondo «Tre Valli Varesine», dieci partiti, dieci arrivati; segnalo i coraggiosi e valorosi che hanno concluso la gara disputata sotto la pioggia: Berera, Bombardieri Giorgio e Renato, Bonaldi Roberto, Magni Giuseppe, Masserini Giancarlo, Mismetti, Martinelli Franco, Maffeis Giulio e Rottigni Pino.

Il 19, Milano-Sanremo km 290 con Magni Giuseppe, Bonaldi Roberto, Bombardieri Giorgio e Maffeis Giulio, mentre sempre il 19 settembre il nostro Franco Martinelli vince la cronoscalata al Santuario della SS. Trinità di Casnigo.

Il 26 cronometro a squadre di tre elementi - Martinelli Franco, Giorgio e Renato Bombardieri - e 2° posto a Gandino; il 10 ottobre a San Giovanni Bianco, con 20 atleti, vinciamo in tutte e cinque le categorie e, logicamente, anche il trofeo in palio. Il 17 ottobre cronoscalata Pradalunga-Santuario della Forcella, sette atleti e vittoria nelle tre categorie con Verzeroli Arialdo, Martinelli Franco e Peiti Mario, con conseguente Trofeo alla Società.

Il 1° novembre termina la stagione agonistica con la Nembro-Selvino in linea e vittoria assoluta di Dino Trapletti e buoni piazzamenti degli altri nostri atleti.

In campo cicloturistico - queste sono curiosità - Giuseppe ha superato il muro dei 10.000 chilometri annui con tre Milano-Sanremo, due scalate allo Stelvio ed una sei giorni delle Dolomiti di 1.000 km con ascensione di tutti i più duri valichi conosciuti. Lo segue Giorgio Bombardieri con 9.200 chilometri.

E quest’anno

Per il 1977, con «Pino» classe 1917, maestro di noi giovani, ci ripromettiamo una intensa attività con l’intento, se non proprio di migliorare, almeno di uguagliare la passata stagione, continuando così la strada intrapresa venticinque anni fa, per portare sempre più in alto il binomio Gazzaniga-Recastello.

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Articolo p. 32

Volpi il più vittorioso, Bombardieri il più nostro

Due ritratti di atleti misurano il valore sportivo non solo con le vittorie, ma anche con la continuità e l’appartenenza alla maglia verde.

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Testo rivisto sull’originale

Redazione Recastello

In commercio si vende un minuscolo marchingegno chiamato «contapassi». Se questo apparecchietto fosse stato applicato ai due atleti in questione, sarebbe impazzito più volte, avrebbe dato i numeri (come si dice in gergo) perché, perennemente, sarebbe stato in fase di lavoro.

I passi percorsi da Volpi e da Bombardieri nella loro carriera, su e giù per i sentieri, le strade, le scorciatoie, le piste, sono davvero molti, moltissimi, sì da poter comporre cifre con tanti zeri.

I due atleti Volpi e Bombardieri
Volpi e Bombardieri nelle fotografie originali. Originale: p. 32

Quelli fatti da Volpi per la Recastello hanno combaciato proprio con l’apice della sua carriera sportiva. Franco ci ha dato tanto, ma anche noi lo abbiamo ricambiato con il nostro appoggio, il nostro affetto, la nostra spinta morale che alla fine della gara ci accomunava felici in un grosso abbraccio.

Luigi Bombardieri, profeta in patria, è stato, forse, il miglior atleta sfornato da Gazzaniga in questi ultimi anni, bisognoso forse di una guida tipo... Volpi per realizzarsi veramente.

Per questo «ol Martì» è più che degno di questa menzione speciale che vuol accomunare idealmente anche tutti gli altri che hanno indossato, con alterna fortuna, la gloriosa maglietta biancoverde de «La Recastello».

Grazie podisti!

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Articolo p. 34

Podismo… boom!

La crescita della corsa porta titoli, campioni e squadre fortissime, ma l’autore insiste sul lavoro condiviso che rende possibili i risultati.

Leggi il testo completo p. 34

Testo rivisto sull’originale

Dino Perolari

Con vero piacere ho accettato l’invito fattomi dall’amico Adriano a preparare la relazione sull’attività della Recastello in questi 25 anni nel campo dell’atletica leggera.

Non che io sia quello che ha lavorato di più, anzi, ritengo di aver raccolto il frutto del lavoro altrui, o quanto meno di aver fatto il minimo indispensabile; però, a differenza di tanti amici, ho avuto la fortuna di «vivere» ogni gara, prima, durante e dopo la competizione.

Atleti e corridori della squadra podistica
Volti e gare del podismo Recastello. Originale: p. 34

La Recastello ha avuto la fortuna di avere nelle sue file atleti che oltre alle doti fisiche non comuni, possedevano una personalità ed un attaccamento ai colori della Società eccezionali. Ancor oggi, a distanza di anni, quando ci si rivede, la prima domanda che mi rivolgono è: quando riprendete con le gare? (se sono atleti ancora in attività), oppure, se hanno «attaccato le scarpette al famoso chiodo»: quando ci si ritrova tutti assieme ancora una volta? Ed un’altra domanda che mi sento rivolgere di frequente, non solo nella nostra provincia ma anche molto più lontano...: e la Recastello come va?

Segno evidente che non esistevano solo i traguardi, le coppe, i trofei, ma il vero entusiasmo per lo sport ed un esempio di lealtà e amicizia.

Fare una graduatoria delle prestazioni dei vari atleti o una descrizione delle gare disputate è semplicemente assurdo; mi limiterò ad accennarne alcune tra le più significative:

- Sei campionati italiani di corsa in montagna, uno dei quali organizzato e disputato proprio a Gazzaniga. - Un campionato italiano di corsa su strada (maratonina). - Diversi campionati regionali e provinciali di corsa campestre, su strada ed in montagna.

L’attività della Società in questo sport si può suddividere in due settori: il primo, fino all’anno 1967, quasi esclusivamente riservato alle corse in montagna; il secondo, dal 1967 al 1974, alle gare in montagna si sono aggiunte quelle su strada, in pista e le campestri.

Nel 1970 siamo arrivati a disputare ben 64 gare in sette mesi. L’amico Giulio Maffeis ne sa qualcosa. Quante trepidazioni, specie nelle gare a cronometro dove spesso l’apporto degli accompagnatori nella rilevazione dei tempi di passaggio è determinante.

Chissà quanti di voi ricordano i vari Volpi, Lavelli, Pezzoli, Nodari, Coter, Mostacchetti, Lazzarini, Guerini, Galizzi, Salvi, Bombardieri, Vedovati, Sonzogni, Picinali, ecc... e dire che avevano quasi sempre di fronte i più forti atleti d’Italia, anche chi già d’allora faceva il podista di professione... mentre i nostri si allenavano di sera o di notte.

Chi non ricorda le imprese di Franco Volpi e di Aldo Pezzoli alla Cinque Mulini, o al Cross del Campaccio o ai Campionati Italiani assoluti a Roma? E poi le groppate in montagna o su strada di tutti indistintamente; il record bergamasco dell’ora in pista di Nodari, quello successivo di Aldo Pezzoli, il record italiano della 24 ore di Rino Lavelli, brillantemente organizzato dalla nostra Società allo stadio comunale di Bergamo.

I campioni italiani di corsa in montagna: Lavelli, Lazzarini, Sonzogni, Salvi, Coter, Bombardieri, ecc...; le imprese di Galizzi nelle maratone.

Qui veramente i ricordi si accavallano; tutti meritano un nostro grazie incondizionato, però, lasciatemelo dire, e credo che anche gli atleti ne saranno particolarmente lieti, quello che merita maggior riconoscimento è Franco Volpi.

L’unico non bergamasco, ma che ha dimostrato, oltre alle straordinarie doti fisiche (è tuttora in piena attività a 41 anni!), una serietà, una correttezza ed un attaccamento alla Recastello veramente eccezionali. Ricordo a Villa d’Adda, si disputava il Campionato Italiano a squadre di Maratonina 1971 (20 km). Distanza non consona per Volpi; avrebbe dovuto arrivare nei primi 15 e Pezzoli nei primi 5 (N.B. - c’erano tutti i più forti d’Italia in senso assoluto).

Alla sua età, 35 anni, con oltre 20 di attività, non era cosa da poco...!

Al 15° km perdemmo Aldo Pezzoli, costretto a fermarsi per i piedi sanguinanti. Avevamo in gara altri validi atleti come Lavelli, Galizzi, Mostacchetti, Coter, però se volevamo far nostro il titolo era necessario che uno arrivasse nei primi cinque. In quel momento nelle prime dieci posizioni c’erano altrettanti azzurri... mi rivolsi a Volpi, lo affiancai per qualche decina di metri e quasi implorando gli esposi la situazione. Mi fece un cenno con il capo e poi «cambiò» ritmo, una cosa incredibile: in meno di 5 km ne superò ben undici e si classificò quarto a due minuti dal vincitore De Palma. Ricordo gli ultimi metri, aveva le lacrime agli occhi; lui, una macchina così perfetta e così ben rodata, si era prodotto uno strappo all’inguine e in conseguenza di ciò rimase fermo per oltre quattro mesi.

Questo è solo uno dei molti episodi che rimarranno nella storia della Recastello. Provate a passare da Trivero, da Morbegno, a Menaggio, a Sesto Fiorentino, a Taibon, a Bognanco, a Luino, a Trento, a Varese, ecc... quando c’è qualche manifestazione sportiva, ed ancor oggi ricordano con nostalgia le imprese dei «ramarri» della Recastello.

Dovrei chiudere con una domanda: quando riprenderà l’attività agonistica? È difficile dirlo con i tempi che corrono, però nemmeno impossibile.

Auguriamoci che ciò avvenga al più presto.

Un grazie a tutti, atleti, dirigenti e sostenitori che mi avete dato modo di partecipare, di vivere questi bellissimi, indimenticabili momenti.

Pagina 34 del libro, associata a “Podismo… boom!”
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Articolo pp. 36, 37

Circa 100!

La memoria torna ai molti atleti passati dalla squadra: trasferte, ristrettezze, organizzazione e amicizie raccontate senza retorica.

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Testo rivisto sull’originale

Mario Bonaldi

Parlare di atletica in seno alla Recastello è come voler ringiovanire. Ogni anno, quando c’è la scadenza del Trofeo Pievani (che in questi anni di assestamento sta ricercando una sua formula più aderente al tipo di gara che si vuol fare), si rivive la storia di tutte le battaglie atletiche che si sono disputate sui nostri monti.

Ed è stato proprio nello scorrere tutti gli ordini di arrivo del Trofeo Pievani che sono rispuntati tutti gli atleti che dal 1953 al 1972 hanno difeso i colori della nostra Società (circa 100!); ed è su questi che mi vorrei soffermare, perché hanno fatto essi la storia della nostra atletica.

Un gruppo di atleti della Recastello
Atleti passati dalla squadra sociale. Originale: p. 37

Vi è il primo periodo, che chiamerei pionieristico, dato che si sono dovuti superare notevoli disagi sia dal lato organizzativo che da quello economico. È il periodo che va dal 1953 al 1959, che mi ricorda tanti e tanti episodi che, per enumerare e descrivere, abbisognerebbero di un intero volume.

Ne cito solo uno: in occasione di una gara a Casasco d’Intelvi (Como) il dirigente Fernando Maffeis, che era proprietario di una moto Galletto, ha dovuto accompagnare i due atleti poiché non c’era altro mezzo di trasporto.

Andammo e vincemmo il trofeo in palio; esso era però tanto pesante che non riuscimmo a portarlo a casa, dato che sulla moto eravamo già in... tre!

Nel secondo periodo si incominciano a raccogliere i frutti della nostra propaganda, con l’inserimento di giovani interessantissimi - Viani, Acquaviva, Falconi, Bombardieri - che poi in parte ci verranno portati via dal calcio.

Arriva poi il momento magico della Recastello che, prima timidamente e poi con prepotenza, si abitua a vincere e poi a dominare in senso assoluto.

Questo periodo porta l’impronta di Vittore Lazzarini, vero atleta, che ha saputo creare la mentalità vincente in atleti validissimi, ma che si accontentavano anche di soli piazzamenti: Salvi, Bombardieri, Coter e altri.

Poi, per motivi economici, cui la Recastello non è mai venuta meno secondo la regola del nostro presidente Adriano che sempre ha detto che «uno più uno è uguale a due» (tanto per intenderci), abbiamo rinunciato al bravissimo Vittore, ma ormai eravamo lanciati e quindi arrivarono i Sonzogni, Guerini, Lavelli, Nodari, Aldo Pezzoli, Bonandrini ed infine Franco Volpi - uomo nel vero senso della parola - che con i suoi innumerevoli trionfi chiudeva altrettanto gloriosamente il periodo d’oro della Recastello.

A questo punto, saggiamente, la Recastello tirava i remi in barca, avendo preso atto che l’interesse si stava affievolendo, sia per la carenza di gare, sia per il nuovo modo di interpretare l’atletica con le corse non competitive che per noi - fino allora - non erano altro che allenamenti.

Ecco allora il motivo anche del cambiamento della formula del Trofeo Pievani che, pur essendo alla ricerca di una sua valida fisionomia, costituisce sempre un’attrattiva atletica.

Tra gli atleti schierati ricordiamo Mario Bonaldi, con undici anni di appartenenza; Dino Coter, con nove; Luigi Bombardieri, con otto; e poi Arturo Abondio, Luigi Viani, Rino Lavelli, Alessandro Vedovati, Franco Bonomi, Aldo Pezzoli, Franco Volpi, Clemente Sofisti, Giovanni Peracchi, Luigi Magri, Vittore Lazzarini, Domenico Salvi e molti altri.

Seguono, con un massimo di due anni di appartenenza, altri ottanta nominativi. Tutti insieme formano la storia atletica della Recastello.

Pagina 36 del libro, associata a “Circa 100!”
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Pagina 37 del libro, associata a “Circa 100!”
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Articolo p. 44

Cronoscalata Gazzaniga–Orezzo

Dieci edizioni, 777 presenze e un record assoluto: la salita dedicata a Giuseppe Carminati diventa appuntamento tecnico e popolare.

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Testo rivisto sull’originale

Fausto Bonaldi

Normalmente le più importanti manifestazioni si organizzano in ricordo di un personaggio che, in vita, ha dato una particolare impronta alla sua attività sportiva.

Noi de «La Recastello» non abbiamo mai avuto la pretesa di scovare a tutti i costi eclatanti successi del socio Giuseppe Carminati, tessera n. 15, per organizzare questa «garetta» che piano piano sta diventando una classica per tutti i cicloamatori della provincia.

Se l’abbiamo fatto, e continuiamo ad organizzarla, è per un certo senso di gratitudine e di ricordo verso un amico che con la maglia de «La Recastello» ha scorazzato in lungo ed in largo sulle strade lombarde, in ossequio a quello spirito spartano pionieristico in auge nel decennio cinquanta-sessanta che trasformava i «ciclisti» in autentici fachiri della strada.

Ora le strade sono asfaltate e non più polverose, le curve cieche ed insidiose sono state rettificate, persino le salite hanno mutato la pendenza; i «dieci e più» rapporti sulla bici da cinquecentomila consentono di affrontare qualsiasi rampa come fosse un declivio, un pendio, ed anche la Gazzaniga-Orezzo si è... evoluta in tal senso migliorandosi.

È diventata una gara attraente, che affascina anche coloro che con il ciclismo c’entrano come i cavoli a merenda, e tutto questo grazie ad una somma di fattori o coincidenze fortunate che le hanno recato prestigio, tanto da invogliare anche corridori che van per la maggiore a cimentarsi per battere il record di Dino Trapletti.

Qual è il segreto?

Anteporrei su tutto la formula azzeccata che prevede la premiazione di tutti i concorrenti, premiazione possibile anche grazie al robusto appoggio dei fratelli Carminati; la spettacolarità del percorso; il giusto ed ambito desiderio dei «nostri» di primeggiare fra le mura di casa, di calamitare, almeno per un giorno, gli applausi degli amici; la competenza e la passione di Giulio, vero artefice della manifestazione.

A queste ragioni aggiungerei anche l’impegno morale che ogni concorrente ha con se stesso, teso a migliorare la propria performance di anno in anno, onde poter con legittimo orgoglio mostrare il proprio tempo davanti agli amici come un fiore all’occhiello, che il passar degli anni non riesce ad appassire.

Queste possono essere alcune delle ragioni che hanno fatto la fortuna della corsa, contribuendo a far sì che il Trofeo Carminati si mantenga su livelli tecnici apprezzabili e di tutto rispetto.

In fondo in fondo, se «Beppe» fosse ancora qui, in mezzo a noi, lo vedremmo arrancare, faticare, ma arrivare anche lui lassù in Orezzo a ricevere la sua razione di applausi.

Pagina 44 del libro, associata a “Cronoscalata Gazzaniga–Orezzo”
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